Raccolta dal web e dalla stampa nazionale di articoli che ci riguardano


Restauro lapideo conservativo della superficie pavimentale – Chiesa Colleggiata del Naufragio di San Paolo – La Valletta – Malta

Il corpo principale del lavoro si trova nella navata centrale della chiesa ed è costituito da 40 tombe poste a filo pavimento divise in 8 file in lunghezza per 5 in larghezza. Tutte le lastre sono tarsie marmoree con stemmi e scritte relative a 40 nobili ed importanti famiglie maltesi differenti oltre alla tomba di un importante Vescovo maltese nella cappella laterale destra accanto all’altare (cappella di St. Joseph). Quest’ultima è la più recente, risale infatti al 1891, mentre le tombe della navata centrale sono state realizzate dalla metà del 17° secolo in poi, la maggior parte riporta la data di realizzazione incisa dal “marmista”.
Le lapidi sono costituite da tarsie marmoree policrome realizzate da migliaia di pezzi dette “foliette” inseriti ed incollati su una sottostante lastra detta “madre forma” realizzata in marmo Bianco Carrara. Essa è di 60 mm di spessore e costituisce il contenitore del disegno marmoreo, con un bordo perimetrale che varia da 30 a 40 mm a seconda delle tombe. Al marmista che realizzò il pavimento il bordo servì per portare le lastre allo stesso livello, quello del pavimento finale.
Le tombe riproducono vari disegni, spesso stemmi famigliari o rappresentazioni iconografiche tipiche del periodo storico che riconducono ai significati della Morte e della Resurrezione oppure riportano celebrazioni delle famiglie importanti che hanno contribuito alla costruzione e alla decorazione dell’edificio ecclesiastico.
Le condizioni di conservazione del pavimento sono apparse ad un primo esame disomogenee in quanto alcune lastre tombali erano intatte ma sporche ed opache mentre altre, soprattutto nella parte centrale della navata più percorsa ed utilizzata, erano sembrate molto usurate e mancanti di parti consistenti della tarsia marmorea.
Il secondo esame più dettagliato ha fatto registrare problemi anche maggiori, infatti l’usura e il tempo hanno deformato il piano della navata centrale che si presenta in parecchi punti molto ondulato.
Inoltre la differente resistenza dei singoli marmi presenti ha creato notevoli discrepanze di quota contribuendo al distacco di molti intarsi ormai assottigliati, tanto che in alcuni punti i pezzi presenti raggiungono lo spessore di 1 mm.
L’intervento realizzato è stato quindi complesso ed articolato, partendo dalle ricerche storico-iconografiche che permettessero di risalire ai disegni ed alle incisioni scomparsi. I ritrovamenti tramite l’aiuto della Curia maltese di documenti e disegni degli stemmi di alcune famiglie hanno risolto alcune situazioni difficili ma non tutte.
Il passaggio successivo che ha fatto riscontrare un altro annoso problema è stata la reperibilità dei materiali mancanti che hanno oltre 300 anni.
Le ricerche non sono state affatto scontate ed hanno richiesto impegno e tempo a disposizione. Lo screening dei marmi presenti ha portato alla catalogazione di almeno 35-40 ceppi differenti di rocce calcaree, a loro volta suddivise in altrettanti varianti di colore e venature per un totale di almeno 70-80 tipologie diverse di marmi.
Il 90% di essi sono italiani ed in pochi casi di diversa origine ed estrazione (Breccia africana, Rosso Francia, Rosso Languedoc e Broccatello Iberico).
La vicinanza alle cave di estrazione dei marmi italiani non è stato però di aiuto in quanto in alcuni casi risultano esse risultano esaurite, anche da molti anni.
La ricerca quindi è stata condotta presso rivenditori di marmi italiani o mosaicisti esperti che in magazzino potevano avere ancora pezzature di marmi ricavati da vecchi restauri oppure presso rivenditori di marmi internazionali che sono cromaticamente e strutturalmente compatibili con quelli antichi. La maggior parte dei materiali sono stati reperiti a Pavia, Roma e Carrara.
Nei casi più fortunati in cui le cave sono ancora attive, a parità di struttura e consistenza, le cromie sono cambiate nel tempo e con esse anche la qualità delle venature. Si veda il Diaspro siciliano, ancora splendido ma ora meno rosso rispetto a quello utilizzato nella chiesa e tendente al marrone.
Nel frattempo che si effettuavano i lavori di ricerca sono stati realizzati gli “spolveri” ossia il ridisegno a grandezza naturale cioè in scala 1:1delle parti mancanti delle tarsie su cartoni preparatori. Tali disegni sono poi stati utilizzati per realizzare a mano o con macchine a controllo numerico che lavorano con getto d’acqua le varie “foliette”.
I pezzi realizzati con la macchina “waterjet” sono la minoranza dei casi, sono ad esempio quelli che a mano sarebbe stato decisamente complesso creare per essere identici all’originale ivi presente.
Ogni “spolvero” ha previsto il ridisegno di almeno 30 “foliette” in media, con un caso di 3 pezzi e molti casi di 70/80 pezzi. In totale quindi le “foliette” rifatte sono circa 960.
Il problema maggiore di reperibilità e anche di sostituzione è stato riscontrato con il marmo Giallo Mori dal nord Italia e con il Giallo Antico dal centro Italia, presenti nel 90% delle tombe. Essi sono molto simili.
Le parti gialle delle tombe sono risultate fin dall’inizio le più danneggiate perché fragile e poco robuste.
Inoltre le cave di questi marmi sono esaurite da almeno un secolo. Essi sono marmi di colore uniforme, il Giallo Antico è un po’ venato mentre il Mori è totalmente di un colore intenso. La peculiarità di questi marmi è che al contatto con la fiamma cambiano colore e si arrossano come si può vedere nella foto allegata. Questa caratteristica fu usata dal marmista originale per restituire panneggi e sfumature che sono stati ricreati anche durante l’operazione di restauro.
Nella ricerca dei materiali si è quindi dovuto tenere conto anche di questa caratteristica fondamentale in quanto in mancanza del materiale originale un marmo dello stesso colore giallo ma non “fiammabile” non poteva essere utilizzato.
Riguardo alle incisioni, in alcuni casi la pulizia affrontata all’inizio con metodi corretti e poco aggressivi ha permesso di portato alla luce la colorazione a piombo originale che è stata semplicemente ripulita.
La maggior parte però delle epigrafi non erano in piombo perciò il recupero è stato più difficoltoso. La scarsa profondità delle lettere e di alcuni segni incisi, dai bordi in parte rovinati per abrasioni, rendevano difficile la lettura a vista di alcune parti delle tombe.
Le ricerche storiche e la comparazione con altre lapidi coeve presenti nella navata hanno consentito la decifrazione delle parti meno leggibili.

6 Settembre 2017

Quotidiano Nazionale - Malta


Giù pezzi di affreschi, via al restauro San Marco: la cappella di Sant’Antonino attendeva da anni una cura. I guai provocati dall’acqua

 

Sul pavimento e sull’altare della cappella di Sant’Antonino nella chiesa di San Marco ci sono frammenti di affresco: un pezzo si è staccato dalla volta ed è finito a terra frantumandosi. «Sono stati la pioggia e il vento dei giorni scorsi» spiega padre Fausto Sbaffoni raccogliendo i resti. «Pazzesco» esclama Mario Mùrino, mentre documenta con l’occhio del restauratore e la macchina fotografica l’ennesimo danno: non c’è più tempo, i restauri della volta non possono aspettare oltre.

 

Oggi cominceranno i lavori, attesi da anni. «La prima tappa sarà fare una copertura provvisoria, esterna, alla lanterna, da dove entra pioggia». L’acqua, che filtra da feritoie, ha rovinato i materiali lapidei e cancellato grosse parti dei dipinti che decorano la cupola e che raffigurano scene della vita di Sant’Antonino Pierozzi, arcivescovo di Firenze, che proprio qui riposa. La sua salma non sarà spostata durante i lavori, come richiesto dai padri domenicani e dai parrocchiani: verrà messa un’impalcatura a protezione delle spoglie, che rimarranno visibili ai fedeli.

 

«Lo stato di degrado ha intaccato non solo pellicola pittorica ma anche il laterizio sottostante e quando si sfarina il laterizio è un brutto segnale», spiega Mùrino, titolare dell’impresa che eseguirà i lavori, la Mùrino restauri d’arte, con sede a Milano e a Firenze. Lui è esperto in materiali lapidei, ha appena terminato un restauro nella chiesa di San Paolo Naufrago a La Valletta, Malta, in cui ha risistemato 40 tombe ad intarsio sostituendo mille pezzi fatti con 50 tipi di diversi di marmi di secoli anni fa, di cave che non esistono più, recuperandoli in vecchi magazzini. La cappella di San Marco fu commissionata dalla famiglia Salviati per ospitare degnamente le spoglie di Sant’Antonino (nella cripta sono sepolti anche i Salviati). Fu iniziata nel 1579 su progetto del Giambologna ed è decorata da affreschi e tavole di Alessandro Allori, Giovanni Balducci, Giovan Battista Naldini, il Passignano. «Ha una particolarità che la rende unica — spiega Mùrino — anche gli archi e il tamburo sono in materiale lapideo naturale, ovvero marmo di Carrara; di solito invece ci si fermava al cornicione». Oltre al ponteggio esterno verrà portato all’interno un carrello per poter analizzare da vicino gli affreschi e tamponarli. Questi primi interventi saranno fatti in somma urgenza, in primavera poi inizierà il restauro dei dipinti: in tutto i lavori dureranno due o tre anni. Gli interventi saranno finanziati dal Fondo edifici di culto del Ministero dell’Interno e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze. «Prima di tutto abbiamo dovuto ricercare il proprietario della cappella e non è stato facile: la chiesa appartiene al Ministero degli Interni, il convento alla Curia, il museo alla Soprintendenza», racconta Silvio Calzolari, docente alla Facoltà teologica dell’Italia centrale. È particolarmente legato a questa chiesa, non poteva accettare che cadesse a pezzi, così insieme a padre Fausto si è mosso per ottenere autorizzazioni e cercare finanziamenti per i lavori, coinvolgendo Mùrino. «Sono anni che notiamo una pioggia di frammenti dal soffitto, abbiamo fatto istanza alla Soprintendenza e alle autorità competenti, ma gli interventi da fare sono tanti e i fondi limitati. Questa cappella è un gioiello, finalmente verrà restaurata».

 

 

Corriere della Sera - Ed. locale Firenze 

 

Ivana Zuliani


A Milano riapre Palazzo Citterio restaurato. Prende forma il progetto della Grande Brera

Dopo un’attesa lunga 40 anni, riapre a Milano Palazzo Citterio inutilizzato da decenni. Un lavoro di recupero straordinario che, in soli due anni e mezzo, ha restituito alla città il palazzo settecentesco che ospiterà le collezioni del Novecento della Pinacoteca di Brera. Siamo stati alla conferenza stampa ed abbiamo visitato gli spazi in anteprima.Solo 31 mesi dal giorno in cui è stato presentato il progetto preliminare per il recupero di Palazzo Citterio, nel luglio 2014, al giorno in cui il palazzo settecentesco, finalmente restaurato, riapre le porte al pubblico pronto ad essere restituito alla comunità. Un risultato straordinario in un paese come l’Italia che non ci ha abituato a tanta celerità. Certo il recupero di un’architettura importante, nel cuore del quartiere Brera, era in cantiere da oltre quarant’anni, ma dopo decenni di discussioni su destinazione d’uso, risorse ed investimenti, la riapertura di Palazzo Citterio segna un successo enorme di MiBACT, della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici e dell’amministrazione targata Beppe Sala.

 

LA CONFERENZA STAMPA

Con poche scarne parole è proprio il sindaco di Milano ad introdurre la conferenza stampa gremita di personalità della politica e della cultura. “Un giorno importante per la città di Milano”, sottolinea Beppe Sala, “che attendeva questo momento da decenni. Con la riapertura di Palazzo Citterio prende finalmente forma il progetto della Grande Brera e si anima un quartiere che fino ad oggi non aveva ancora espresso a pieno le sue potenzialità. Un passo importante per la città, per i milanesi e per i milioni di turisti che vengono a visitarla, ma anche un modello per l’Italia intera”. Un lavoro lungo che ha visto impegnati su fronti diversi MiBACT, Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici di Milano e l’amministrazione comunale. “Dopo decenni di immobilismo, battaglie legali e destinazioni incerte”, racconta Caterina Bon Valsassina, per quattro anni alla Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici della Lombardia ed oggi Direttore generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, “sono riuscita a sbloccare il progetto di riqualificazione dell’edificio settecentesco di via Brera, deputato all’ampliamento delle sale espositive della Pinacoteca e ai nuovi allestimenti per le opere del Novecento e a far partire il progetto grazie ai 23 milioni di euro stanziati nel 2012 dal CIPE. Un’opera a cui sono molto legata, anche se non ho potuto seguire i lavori da vicino, dopo essermi dimessa da Responsabile Unico del Procedimento del progetto “Verso la Grande Brera” perché diventava complicato seguire tutto da Roma”. E c’è spazio anche per un piccolo aneddoto folcloristico. “In un momento in cui tutto sembrava bloccato, mi sono ricordata dell’usanza napoletana di utilizzare i corni come buon auspicio”, racconta la Bon Valsassina “ed ho quindi fatto inserire in uno dei muri del palazzo un corno rosso che arrivava direttamente da Forcella, il noto quartiere popolare di Napoli”. Folclore a parte, è Marco Minoja, segretario regionale della Lombardia, a fornire i dettagli della portata dell’intervento. “31 mesi sono davvero un lampo per un progetto così ampio”, sottolinea Minoja, “e rappresentano una storia esemplare di rapidità. Ci sono state solo 3 brevi proroghe in questo arco temporale e il cantiere è stato ultimato praticamente nei tempi stabiliti. Un vero capolavoro dell’amministrazione pubblica e segno di come a Milano avvengano piccole imprese straordinarie”.

UN PICCOLO GIALLO DURANTE LA CONFERENZA

Gremito il tavolo di discussione di tutte le personalità che hanno contribuito alla realizzazione del progetto. Oltre al sindaco Beppe Sala, Caterina Bon Valsassina, Marco Minoja, già citati, hanno preso parte alla conferenza Ilaria Borletti Buitoni, sottosegretario del MiBACT, Carla Di Francesco, segretario generale del MiBACT, l’ex ministro Lorenzo OrnaghiAlberto Artioli, soprintendente, Amerigo Restucci, dell’Università IUAV di Venezia, Giovanni Carbonara dell’Università La Sapienza di Roma e Antonella Ranaldi, soprintendente ai Beni archeologici, Belle Arti e Paesaggio della Città Metropolitana di Milano. Con una mancanza abbastanza evidente: l’assenza al tavolo della conferenza di James Bradburne, direttore della Pinacoteca di Brera a cui gli spazi sono assegnati. A domanda precisa della stampa è lo stesso Bradburne a prendere la parola e a spiegare. “Sono stato invitato a sedermi accanto alle altre personalità presenti”, sottolinea il direttore della Pinacoteca, “ma ho rifiutato perché sono a Milano da soli due anni e non ho ritenuto giusto prendere le luci della ribalta accanto a chi lavora a questo progetto da decenni. La Pinacoteca è parte integrante di Palazzo Citterio e svolgerà al meglio il ruolo di cui è stata investita appena gli spazi saranno consegnati”. Passaggio di testimone che dovrebbe avvenire a giugno 2018, salvo imprevisti.

IL “NUOVO” PALAZZO CITTERIO

Un lavoro di ristrutturazione ampio ha coinvolto tutti i 6500 metri quadri di Palazzo Citterio che ritornano alla luce in una nuova dimensione museale ma nel rispetto della storia dell’architettura settecentesca. Qui troveranno posto le collezioni del Novecento della pinacoteca di Brera, esposizioni temporanee, sale per conferenze e proiezioni, bookshop e caffetteria. E poi un giardino, popolato da sculture, che si congiungerà con lo spazio verde dell’Orto Botanico e che garantirà un collegamento immediato tra palazzo Citterio e la Pinacoteca. Le collezioni permanenti saranno collocate al piano nobile mentre la sala con soffitto a cassettoni in cemento armato, realizzata negli anni Settanta, ospiterà mostre temporanee ed eventi. Lo spazio interrato sarà dedicato alla fruizione di opere multimediali. Un’architettura moderna, ma consapevole della propria storia, pronta a diventare uno spazio museale di respiro internazionale ed arricchire ulteriormente l’offerta culturale di Milano che, in pochi chilometri, avrà il suo primo vero polo museale. Per festeggiare la conclusione dei lavori di recupero e restauro, è stata allestita una mostra di fotografie di Maurizio Montagna.

 

11 aprile 2018

 

Artribune

 

Mariacristina Ferraioli

www.architettonicimilano.lombardia.beniculturali.it


Conclusi i restauri alla torre del Mangano «Simbolo ritrovato»

CERTOSA

 

Inaugurata la torre del Mangano, una delle porte d’ingresso all’antico Parco Visconteo, ora completamente restaurata e messa in sicurezza. «Un bene architettonico di pregio e grande valore storico è stato restituito alla città», dice il sindaco Marcello Infurna, ricordando che «l’inaugurazione si è svolta proprio nel periodo delle celebrazioni del centenario della fine della Grande Guerra perché all’interno è custodita la lapide dei Caduti di Certosa delle due guerre mondiali».

 

i finanziamenti

 

L’intervento è costato 42mila euro, circa 20mila dei quali stanziati dalla Regione Lombardia con un bando sui restauri, e altrettanti da Fondazione Cariplo, attraverso una coda di finanziamenti legati al progetto Emblematici minori. «Risorse che ne hanno consentito il recupero a costo zero per il Comune», fa sapere il sindaco, sottolineando «come l’amministrazione, negli ultimi 4 anni, sia riuscita a ottenere, con bandi e finanziamenti, risorse per circa un milione di euro».

 

la cerimonia

 

In tanti, e anche molti bambini e ragazzi, hanno voluto essere presenti alla cerimonia inaugurale della torre. Nell’antichità, e fino agli inizi degli anni Trenta, era infatti torre del Mangano il nome di questo centro del Pavese. «Per questo, nel restauro, si è deciso di conservare la scritta dell’antica dicitura – spiega Infurna – E’ una soddisfazione aver messo in sicurezza e riportato all’antico splendore uno dei simboli di Certosa, anche alla luce del riconoscimento del Mibac sull’importanza del Parco Visconteo. E, visto l’interesse nazionale al territorio, sarebbe bene che la Regione prestasse più attenzione a questa parte del Pavese, convocando un tavolo specifico e raggiungendo un accordo di programma».

 

L’intervento di recupero della torre realizzata nel XIV secolo ha riguardato il consolidamento e il rafforzamento delle fondamenta. «Sono stati usati - spiega Infurna - materiali speciali, come resine che funzionano da collanti o malte cementizie. Si è provveduto alla chiusura della fessure e dei giunti degradati e si è effettuata la pulizia dei mattoni.

 

 

08 NOVEMBRE 2018

 

La provincia pavese 

 

STEFANIA PRATO


Restauri finiti, la cripta del Duomo «riconsegnata» oggi a tutti i fedeli

 

PAVIA. Riapre ai fedeli (e agli appassionati d’arte) la cripta del Duomo, disegnata dal Bramante e chiusa per lavori di restauro che le hanno restituito dignità e splendore. Una meravigliosa opera architettonica che uno dei maggiori architetti del Rinascimento volle suddivisa in tre navate, con poderosi pilastri a sorreggere ampie volte ribassate dove, questa mattina alle 7, verrà celebrata la prima messa dopo la riapertura. 

  

Un progetto da circa 400mila euro, giunto quasi al termine. «Manca poco alla fine dei lavori, ma ho ottenuto dalla Soprintendenza alle Belle Arti l’autorizzazione ad aprirla al culto», fa sapere Franco Mocchi, presidente della Fabbriceria del Duomo, l’ente che amministra questo prezioso patrimonio architettonico progettato nel 1488 da un gruppo di lavoro di cui facevano parte Amadeo e Rocchi e diretto da Bramante, presenza determinante per l’impostazione della struttura della cattedrale di Pavia dove vengono anticipate alcune tecniche architettoniche della basilica di San Pietro in Roma. La cripta bramantesca è un piccolo gioiello dalle linee severe, ora valorizzate dalla nuova illuminazione che ne sottolinea i due grandi archi a sesto ribassato che scandiscono la navata centrale e ne evidenzia i piccoli aeratori, le linee architettoniche tracciate dietro ai grandi oblò e i marmi tornati a splendere. E che mette in risalto le tre chiavi di volta della navata centrale. 

 

«Il primo medaglione è dedicato a Santo Stefano, titolare della cattedrale estiva, il secondo ala Madonna, titolare di quella invernale, mentre sopra all’altare c’è il medaglione di San Siro, primo vescovo di Pavia», spiega don Gian Pietro Maggi, il sacerdote che segue la parte liturgica del duomo dopo le dimissioni da parroco di don Ernesto Maggi. Fu proprio don Ernesto ad avviare il recupero della cripta i cui pilastri, all’interno, custodiscono le scale di sicurezza in granito, sempre progettate dal Bramante, che sbucano a fianco dell’altare maggiore, superbo con i marmi grigi e rosa che dalla cava di Candaglia vennero trasportati attraverso i Navigli e che ora splendono nella luce che si diffonde dai grandi rosoni. «Il restauro è quasi terminato e permette di osservare un pregiato impianto architettonico - sottolinea don Gian Pietro -. Abbiamo ritrovato un luogo bello e accogliente che favorisce la preghiera, facendoci apprezzare la prima opera innalzata a preludio della cattedrale». Il presidente Mocchi, ricorda poi che «sono terminati i lavori anche nella sacrestia della cripta che metterà in comunicazione la struttura con il museo diocesano. La speranza è di vedere l’apertura del museo entro il prossimo giugno, al termine delle celebrazioni per i 530 anni dalla posa della prima pietra». —

 

 

24 DICEMBRE 2018

 

La provincia pavese

 

STEFANIA PRATO


Presentazione Restauro Campanile di S.Giorgio - Tellaro (La Spezia)

 

In un clima di grande commozione , ma anche di grande gioia ha avuto luogo questo pomeriggio nella Chiesa Stella Maris di Tellaro
l'ultimo dei concerti dedicati a Don Andrea Cappelli promossi dall'Unitre di Lerici.
Dopo i saluti di Cesare Battistelli che ha ricordato con parole toccanti la figura del giovane sacerdote, che ha lasciato un grande segno nel cuore di tutti nel suo pur breve apostolato alla Serra e a Pugliola, è stata la volta di Don Federico Ratti ,che ha portato il saluto del Parroco don Federico assente perché indisposto ed ha ricordato la sua amicizia con don Andrea
È intervenuto poi il Sindaco avv . Leonardo Paoletti che si è complimentato per l'iniziativa con il coro"Stella maris " , con l'Unitre e con la Parrocchia . 
Il coro Stella Maris diretto da Monica Paganini ha eseguito brani della tradizione natalizia, accompagnati all'organo dal maestro Claudio Cirelli , mentre alcuni componenti dell'Unitre ( Eliana Bacchini, Luciano Ghiggini, Alfredo Lupi, Michela Ceccon e Angela Bacchini) hanno letto brani e poesie. 
La bella giornata, alla quale ha partecipato un folto ed attento pubblico, si è conclusa con la presentazione dello stato di avanzamento dei lavori del restauro della Chiesa di San Giorgio , che è stato illustrato dal direttore dei lavori e dal responsabile della ditta che sta operando con metodologie e materiali innovativi .Al restauro ha contribuito il Comune di Lerici e tutta la popolazione di Tellaro, unita e coesa , come di consueto, per il raggiungimento degli obiettivi della comunità.
7 Gennaio 2019

 

Gazzetta della Spezia


Pronto il campanile di Tellaro dopo il restyling

Dopo anni di silenzio le campane restaurate e completamente automatizzate, torneranno finalmente a suonare per tutto il borgo. 

 

Golfo dei Poeti - Il borgo di Tellaro è un angolo emblematico delle Liguria e della nostra provincia. Inserito tra i Borghi più belli d'Italia, quest’anno in copertina della Guida del Club ed eletto dall’emittente statunitense Cnn tra i sette borghi più belli d'Europa, dal TGCom24 Borgo marinaro più bello d'Italia e consigliato tra le mete da visitare in Italia dal magazine Forbes, rappresenta un angolo del mondo dove è ancora possibile compiere un viaggio nel tempo. Passeggiando tra gli angoli di questo capolavoro di urbanistica ed architettura, si respira l’atmosfera che fece innamorare i poeti romantici come P.B. Shelley, lo scrittore inglese D.H. Lawrence, il regista Mario Soldati, il poeta Attilio Bertolucci, che trovarono nel Borgo un vero e proprio rifugio in cui fermarsi e trovare ispirazione.

Gli spezzini lo sanno, i turisti meno. Qui storia e leggenda si fondono, giungendo dal mare il borgo fortificato e la Chiesa di San Giorgio Martire sembrano una nave pronta a salpare, i nonni raccontano ai nipoti la favola del polpo gigante che salvò tutta la popolazione da un attacco dei pirati Saraceni avvertendo gli abitanti dell'imminente assalto suonando le campane della Chiesa. San Giorgio Martire, dal caratteristico colore rosa pastello del paesaggio ligure è l'icona più significativo di Tellaro. Il complesso monumentale è stato edificato tra il 1564 e il primo maggio 1584, giorno della consacrazione a luogo di culto da parte di Monsignor Angelo Peruzzi, utilizzando come abside e come campanile due torri demagogiche unite erette dai genovesi attorno al 1300. La torre circolare più alta ospita il campanile che all'altezza della cella campanaria a sezione quadrata presenta quattro aperture voltate a botte che si ripetono, più piccole, nel coronamento ottagonale abbellita da quattro pinacoli, con all'apice una sfera, e sormontato da un’artistica croce in ferro battuto in cui, al centro delle braccia, campeggia il cristogramma J.H.S. 

Il campanile della Chiesa è stato interessato durante il 2018 e il 2019 da importanti interventi di restauro delle superfici e dal consolidamento statico del corpo principale, indispensabili per la conservazione dell’immobile costantemente sottoposto alle forze del mare. L'intervento è stato finanziato da Lottomatica, che da sempre sostiene progetti nell'interesse della collettività. Il patrimonio artistico e culturale italiano è una risorsa e l'azienda se ne prende cura con responsabilità. “Domenica 30 giugno festeggeremo la fine dei lavori di restauro – dichiara il Parroco Don Federico Paganini – assieme a tutta la comunità, i sostenitori e tutti i cittadini che hanno creduto nell'opera e si sono dati da fare per vederla realizzata”. “La parrocchia è riconoscente a Lottomatica per aver generosamente sostenuto i lavori contribuendo così alla crescita culturale e alla valorizzazione e la conservazione del patrimonio artistico e di fede cristiana” Tellaro è pronta ad affascinare i visitatori accogliendoli in un aveste completamente restaurata.
Dopo anni di silenzio le campane restaurate e completamente automatizzate, torneranno finalmente a suonare per tutto il Borgo.

 

www.cittàdellaspezia.com


Contatti  

Sedi amministrative:

Via Alzaia Naviglio Pavese, 260 - 20142 Milano

Via degli Artigianelli, 110 - 50124 Firenze

Tel./fax 02 8134488

Cell. 347 2467178

Sede legale:

Via Jan Palach, 16 -20142 Milano

P.IVA 08739140963

e-mail: info@murinorestauri.it

pec: murinorestauri@pec.it

Cod. fat. elet.: T04ZHR3

 

Social 

Resta sempre aggiornato sulle nostra attività. 

Seguici su Facebook


Chi Siamo

L’Impresa Mùrino Srl opera, da oltre un ventennio, nel campo del restauro e nella conservazione di edifici di valore storico artistico.     

 

 

 

Sito Web Aggiornato

24 Febbraio 2021


Via Alzaia Naviglio Pavese, 260 -

20142 Milano

L’ impresa Murino Srl è composta da un gruppo qualificato e coordinato di professionisti.

 

Via degli

Artigianelli, 110 -

50124

Firenze